Roma sotto assedio per una partita di calcio

Giovedì 13 dicembre 2018: una tranquilla giornata di follia.

Il traffico sul Lungotevere nel pomeriggio prima della partita Lazio – Eintracht (foto Paolo Caprioli, ag.Toiati)

Traffico bloccato, sirene spiegate della polizia tutto il pomeriggio, veicoli blindati delle forze dell’ordine e poliziotti in assetto antisommossa ovunque, rombo degli elicotteri in cielo.

Soprattutto in zona Flaminio, attraversato dai novemila tifosi del Eintracht, e intorno allo stadio olimpico le strade sono rimaste bloccate per ore, con un concerto di clacson degli automobilisti esasperati.

La partita della Lazio contro l’Eintracht per la Europa League ha messo in ginocchio la città, con l’aggravante della pioggia e del freddo persistenti.

 

Il caffè al bar

L’usanza del caffè al bar è uno dei capisaldi dello stile di vita italiano.

La macchina del caffé in un bar a Piazzale Flaminio, Roma

Sgombriamo subito il campo da un frainteso: in Italia il caffè non è una bevanda, è una droga, un piacere una ritualità sociale. Non si beve per dissetarsi, ma per darsi uno stimolo energetico, godere del suo aroma e intrattenere rapporti di amicizia.

In Italia il caffè si beve al bar, stando in piedi al bancone. Viene servito una piccolissima tazza – la tazzina – in quantità che, percorrendo l’Italia da nord a sud, diventano sempre più piccole. E’ un’esperienza breve e intensa, la somministrazione di una piccola dose di bevanda profumata ed eccitante. Lo straniero, abituato a sedersi ed essere servito nei caffè degli altri paesi, rimane disorientato. Bisogna che apprenda l’usanza.

Si passa prima alla cassa, dove si pagano le consumazioni, poi con lo scontrino si va al bancone e si ordina. Il barista controlla lo scontrino e “apparecchia”, sistema sul bancone i piattini con i cucchiaini: piattino piccolo per il caffè, piattino grande per il cappuccino. Poi prepara il caffè espresso sotto gli occhi del cliente alla grande macchina del caffè, un colosso cromato fornito di leve, manopole, rubinetti. Appena finita l’erogazione, la tazzina viene messa sul piattino, in modo che tra la preparazione e la consegna passino solo pochi secondi.

Il caffè deve essere caldo come l’inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo (Talleyrand). Per garantire che rimanga caldo, le tazzine al bar sono di ceramica spessa. Vengono tenute al caldo sopra la macchina del caffè, in modo che conservino il bollore del caffè quando viene servito.

Una delle esperienze più divertenti ed istruttive per il visitatore straniero è osservare la mattina il via-vai degli avventori di un caffè al centro di una città italiana, ma anche di un piccolo paese di provincia. Si tratta di uno spaccato unico della vita locale. Le persone che vanno a lavorare si fermano per il caffè, scambiano qualche battuta con il barista, che ovviamente li conosce tutti per nome, commentano le ultime vicende. Poi con allegri saluti scappano di corsa, perché già in ritardo, verso le loro faccende.

In un piccolo paese potete incontrare il sindaco, il capo delle guardie, i carabinieri, il medico della mutua, lo spazzino, l’autista dell’autobus, tutti al banco del bar in un momento di sospensione dei loro ruoli istituzionale e professionali.

Nell’osservare gli avventori, si rimane sorpresi dall’incredibile numero delle varianti dei caffè ordinati: ristretto, lungo, doppio, macchiato caldo, macchiato freddo, decaffeinato, schiumato, corretto. E poi i cappuccini: chiaro, scuro, molto caldo, tiepido, freddo, con la schiuma, senza schiuma, poco latte, molto latte. Ho chiesto ad un barista di un noto bar di Roma, che la mattina viene praticamente preso d’assalto per la colazione: come fai a ricordare tutti gli ordini diversi che ricevi. Mi ha risposto sorridendo: tanto li faccio tutti uguali. Ma era una battuta. In verità il bravo barista si ricorda benissimo le particolarità e i gusti di ciascun cliente, che non deve neanche ordinare per vedersi servito al bancone il caffè come lo vuole lui. Se un giorno il cliente abituale, per un suo vezzo, volesse un caffè diverso, deve al suo ingresso avvertire ad alta voce al barista, che già stava avviandosi a preparare “il solito”.

Il caffè dopo pranzo è un rito più rilassato del caffè mattutino. Attenzione: stiamo parlando del caffè. Una cosa che fa orrore e provoca disgusto agli italiani è il cappuccino dopo pranzo, o peggio ancora, dopo cena. Il cappuccino è esclusivamente una bevanda mattutina, tollerato magari anche in tarda mattinata, ma con il pranzo termina il suo diritto di esistere. Se proprio non potete fare a meno di ordinare un cappuccino dopo pranzo o dopo cena, fatelo discretamente, magari chiedendolo a bassa voce al cameriere, e tenetelo lontano dalla vista degli eventuali commensali.

Una scenetta tipica e divertente è la finta lite per pagare il caffè dopo pranzo agli amici. Vincere questa piccola baruffa, fatta di trattenute alla manica, gentili spinte e vocianti proteste, è un distintivo di importanza: si può capire così chi è la persona più influente del gruppo.

La leggenda vuole che il miglior caffè venga servito nei bar di Napoli. Concordano anche quelli che criticano Napoli per altri aspetti. Pure in carcere, o sann’ fa così cantava Fabrizio de André in Don Raffaè.

Il caffè a Napoli non è una bevanda, non è neanche una droga, è un rito. Molti sono i riferimenti alla preparazione del caffè nella cultura napoletana, i più celebri quelli del drammaturgo Eduardo De Filippo, che alla corretta preparazione del caffè dedicò una straordinaria scena teatrale.

Tra le usanze napoletane legate al caffè, la più affascinante è quella del caffè sospeso. Un avventore, in vena di fare una buona azione, ordina al bar due caffè, uno per sé, uno sospeso. Il gestore del bar registra il caffè sospeso. Ogni tanto al bar si affaccia un mendicante, uno sfaccendato o un povero. “C’è un caffè sospeso?” Il barista gli fa cenno con un sorriso e gli di dice: Accomodatevi. E gli serve il caffè precedentemente pagato da uno sconosciuto.

Come mai il caffè a Napoli sia migliore è un fatto lungamente discusso, ognuno ha la sua teoria: è l’acqua, è la tostatura del caffè, è l’abilità del barista, è il fatto che la macchina del caffè lavora molto e non contamina con sapori e odori estranei l’aroma del caffè.

Elly Schlein: una visione europea

Ho incontrato l’eurodeputata Elly Schlein a Roma per una intervista sulla sua visione da Bruxelles dell’attualità politica.

mp: Finanza, manovra, deficit, debito e spread sono in primo piano. Lei si è impegnata nel Parlamento europeo contro l’evasione e l’elusione fiscale, che tolgono risorse allo stato. Può spiegare ai lettori di Italiani che differenza c’è tra evasione ed elusione? Che risultati si sono ottenuti in questi anni?

Elly Schlein: Quella dell’elusione e dell’evasione fiscale, soprattutto delle multinazionali e dei grandi gruppi, è una vera e propria piaga a livello europeo. La distinzione è che l’elusione non viola delle specifiche normative. Sono degli articolati schemi elusivi che a livello europeo derivano dalla possibilità per le multinazionali di approfittare delle differenze che sussistono tra 28 sistemi fiscali ancora troppo diversi tra loro. Non c’è nemmeno bisogno di violare la legge per fare dell’elusione fiscale.

Le stime del professor Richard Murphy parlano per l’Europa di 1000 miliardi di euro persi ogni anno tra evasione ed elusione fiscale. Una cifra pari a tre volte i piani di investimenti Junker di cui si è parlato in questi anni. Sarebbe in anzitutto importante recuperare parte di quella cifra. Ci sentiamo spesso dire che le risorse per i servizi ai cittadini non ci sono, quindi tagli al welfare eccetera, invece le risorse ci sarebbero con politiche adeguate e strumenti europei e nazionali di contrasto a questi fenomeni.

Uno dei tanti modi con cui si fa elusione fiscale a livello europeo è con i cosiddetti accordi di tassazione anticipata (tax roulings). Qualche anno fa è emerso uno scandalo, il cosiddetto LuxLeacks, che ha dimostrato come moltissime multinazionali, oltre 200, hanno fatto degli accordi (per pagare pochissime tasse), in questo caso con il governo del Lussemburgo. Sono molti i governi europei che giocano a questa spietata concorrenza fiscale che ci vede tutti perdenti perché si arriva a delle aliquote che, come nel caso del Lussemburgo, sono al di sotto del 1% dell’aliquota societaria, si arriva quasi a non pagare le tasse.

Un altro esempio è stato quello del Double Irish. Ha fatto molto discutere la decisione della commissione europea di chiedere all’Irlanda di recuperare 13 miliardi di euro di tasse non versate dalla Apple al fisco irlandese. Precisiamo che i 13 miliardi non sono soltanto tasse non versate in Irlanda, ma tasse non versate in tutti gli altri paesi della comunità europea. Un altro esempio: una multinazionale può depositare i diritti di proprietà intellettuale in un paese, dove ha ottenuto un’aliquota agevolata, e in questo modo evita di pagare le tasse nei paesi vengono effettivamente incassati i profitti. Lo strumento per sconfiggere l’elusione fiscale è la trasparenza.

Abbiamo fatto diversi passi avanti su questo tema al Parlamento europeo, anche per effetto della pressione pubblica dopo questi scandali. Oltre i LuxLeaks ci sono stati anche i Panama Papers e i Paradise Papers, dopo i quali abbiamo istituito apposite commissioni di inchiesta all’interno del parlamento europeo. Chiediamo trasparenza, chiediamo scambio automatico di informazioni fiscali perché è assurdo che in Europa ancora non vi sia uno scambio automatico delle informazioni fiscali tra le autorità competenti nei vari stati membri. Chiediamo la rendicontazione pubblica stato per stato, che chieda a tutte le multinazionali di dire quanti profitti fanno, quante tasse pagano, e una serie di altre informazioni rilevanti in tutti i paesi in cui operano, dentro e fuori dall’Europa, perché non dimentichiamo che i paesi che pagano più caro il prezzo dell’evasione e elusione fiscale sono i paesi in via di sviluppo e quindi i paesi più poveri del pianeta.​

mp: C’è il rischio che la sinistra progressista sia percepita come difensore degli immigrati, mentre la destra populista si ritaglia con successo il ruolo di difensore dei cittadini italiani ed europei?

Elly Schlein: A questo rischio si risponde chiaramente mettendo al centro del tema vero l’unico noi e loro, che non è dato dal colore della pelle o della nazionalità, ma è dato dalle diseguaglianze che sono terribilmente aumentata attraverso questa crisi. Questo è un tema che tocca tutta la società trasversalmente, e che merita risposte adeguate. Questa guerra tra poveri è facilmente alimentata da una retorica che vuole puntare il dito contro l’ultimo arrivato come causa di tutti mali sociali. E’ ovviamente una lettura sbagliata e semplicistica.

Il fenomeno dell’immigrazione va affrontato con politiche che siano lungimiranti ed efficaci a tutti i livelli, quello locale quello nazionale e quello europeo. La sinistra ha delle proposte molto concrete, ne abbiamo avanzata una a livello europeo che abbiamo fatto approvare da due terzi del Parlamento Europeo: la revisione del regolamento di Dublino, quello che ha le maggiori responsabilità sull’accoglienza, sui paesi ai confini caldi dell’unione, chiedendo di superare questo criterio ipocrita del primo paese di accesso e di sostituirlo con una redistribuzione è qua delle responsabilità dell’accoglienza di tutti i richiedenti asilo che arrivano nelle Unione Europea. Chiedere insomma a tutti governi di fare la propria parte questa è una battaglia che abbiamo fatto e che abbiamo vinto nel Parlamento Europeo con una forte maggioranza.

A livello nazionale e locale deve valere la stessa questione: un’accoglienza diffusa sul territorio, una accoglienza come quella che purtroppo il decreto (sicurezza) appena approvato sta attaccando alla radice, è l’unica accoglienza che permette l’inserimento sociale e può portare, come ha già fatto in tanti comuni italiani, delle opportunità importanti anche per i giovani locali. Non è solo la storia di Riace, di cui si è molto parlato, ma anche il resto della rete dei comuni solidali, dei comuni #Welcome dove una buona gestione dell’accoglienza, con coinvolgimento degli enti locali, con adeguati controlli, con l’esperienza sulla rendicontazione, ha permesso anche di creare opportunità per le persone locali che hanno trovato impiego nella gestione di una accoglienza fatta bene.

Questa è una storia italiana di cui si sente parlare molto poco, purtroppo, perché fa più rumore che fa le barricate per non ospitare 10 o 15 minori non accompagnati. Favoriamo questo tipo di esperienze e risposte concrete, che rifiutano la lettura del noi e loro contro lo straniero, ma che danno risposte a tutti sul territorio cercando di ridurre quelle disuguaglianze sociali profonde che sono aumentate con le crisi.

mp: Yanis Varoufakis, professore di economia ed ex ministro delle finanze nel governo greco, ha fondato un partito pan-europeo DiEM25e e propone che alle elezioni europee i cittadini di tutti gli stati votino le stesse liste di candidati. Utopia o visione di una futura democrazia europea?

Elly Schlein: L’intuizione è giusta. Anche noi al parlamento europeo abbiamo provato a far passare l’idea delle liste transnazionali. Purtroppo il parlamento non ha approvato per una ragione molto politica: sullo sfondo c’era lo scontro tra Macron e Merkel. Il parlamento ha perso un’occasione storica per farti passare quello che servirebbe davvero.

Gli egoismi nazionali sono aumentati nel corso di questi anni di crisi, e hanno impedito di mettere in campo quelle soluzioni europee comuni che servono davanti alle sfide ormai tutte europee e globali: quella migratoria e di quella fiscale, ma c’è anche quella climatica, c’è anche quella della dimensione sociale e della politica estera. Su tutti questi grandi temi necessitiamo di risposte più europee per sfidate gli egoismi nazionali. L’unico modo è avere partiti più europei, piazze più europee, che facciano queste battaglie al giusto livello per poterle vincere.

L’abbiamo visto per esempio con la battaglia delle donne polacche contro una legge medievale che stava per passare in quel paese: è diventata una vera battaglia europea e siamo riusciti a fermare quella legge. Così come con tante altre grandi tematiche, penso per esempio al commercio internazionale.

L’europeizzazione del dibattito è sicuramente un passaggio necessario, per riuscire insieme a costruire quelle risposte, che in questi anni sono mancate, ma che saranno decisive soprattutto per quello che ricordavo prima: la lotta alle disuguaglianze non riguarda solo il nostro paese, riguarda tutta l’Europa purtroppo, perché i dati della disoccupazione giovanile sono troppo alti in tutta Europa. Con grandi strumenti di contrasto alla povertà e alla disuguaglianza di marca europea noi già potremmo fare molto.

Onorevole Elly Schlein, grazie per questa intervista.

Ossobuco alla cacciatora

Ingredienti: ossobuco di vitello (uno a persona), olio extra vergine, aglio, prezzemolo, timo, alloro, rosmarino, aceto balsamico, sale.

Soffriggere una battuta di aglio e prezzemolo in una padella a fondo spesso.

Aggiungere gli ossobuco conditi con timo e alloro, soffriggere a fuoco lento su ambo i lati per pochi minuti.

Aggiungere rosmarino e aceto balsamico. Alzare la fiammo per fare evaporare un po’ l’aceto.

Aggiungere un pomodoro in pezzi e salare. Chiudere con un coperchio e cuocere a fuoco lento per circa 40 minuti.

Servire con purè di patate o risotto allo zafferano.